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#PROUDCINICA

15 luglio 2016
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(Lo so, l’immagine è sfocata e fa cagare, c’ho un marito capra a fare le foto, ma ha tante altre buone qualità)

 

Quando ieri ho pubblicato il post sulle braccia ciccione non credevo che sarebbe successo quello che è successo. Non parlo tanto delle condivisioni (post più letto in assoluto, più condiviso in assoluto, con più commenti in assoluto, insomma IN ASSOLUTO). Ma del fatto che tante di voi mi hanno scritto per raccontarmi la fatica che fanno anche oggi per accettarsi ogni giorno.

Alcune mi hanno scritto di aver pianto (giuro, non volevo) altre di aver riportato alla memoria cose nascoste in un angolo del cervello dall’infanzia.

Per la prima volta, più che con il #cinicachallenge, ho sentito di aver fatto qualcosa che in qualche modo può aver aiutato qualcuna di voi. È una bella sensazione. 

Quindi ora perché ora non fate lo stesso anche voi? Ispirate qualcuno a non vergognarsi più!

Questa mattina ho mandato la newsletter (iscrivetevi qui) per lanciare l’hashtag #proudcinica.
Funziona così:

1) Fate una foto di qualcosa di cui non vi vergognate più (non deve essere per forza qualcosa di fisico)

2) Seguite su Instagram @lacyniqueromantique e @alberodelriccio e taggate i due account nella foto

3) Raccontate nella descrizione il vostro percorso, ispirate altre persone a smettere di vergognarsi!

Prima di un nuovo weekend di luglio, facciamo girare la parola bellezza, diciamola alle nostre amiche che si infagottano e che rinunciano a una giornata in spiaggia con noi perché si vergognano.

Io sarò onorata di avere l’autrice della foto/racconto che mi colpirà di più e un suo accompagnatore/accompagnatrice ospite proprio de L’albero del riccio per un weekend. A lei riserverò SUD, l’appartamento più bello in cui ti svegli la mattina guardando il Lago Trasimeno.

Avete tempo da oggi, 15 luglio 2016 a domenica 24 luglio 2016.

Daje, fatemi vedere il vostro lato #proudcinica!

EDIT: È Chiara la #proudcinica che ho scelto! Qui c’è il post dell’annuncio che ho fatto su Facebook 🙂

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SMETTERE DI VERGOGNARSI IS THE NEW BLACK

14 luglio 2016
Ho odiato questa foto. Tanto.

Io ho le braccia grosse.

In realtà il mio più grande cruccio -da sempre- è l’assenza di mento che crea una sorta di unicum bocca-collo alquanto inguardabile. Ma poiché l’unico modo di nasconderlo sarebbe usare un burqa (o tutta una serie di sciarpine fricchettone di cui ho ampiamente abusato nei primi anni 2000 – qui sotto il contributo fotografico del 2005), su quel fronte ho ormai mollato il colpo. No, sciarpine che puzzano di patchouli, non mi avrete più! – e comunque notare il posizionamento tattico copribraccia anche qui-1

Resta il problema braccia ciccionissime.

Potrei dirvi che le ho provate tutte ma sarebbe una sporca bugia. Certo, rispetto a qualche anno fa mi sento molto brava. Ho scoperto che posso correre, ho scoperto che posso acquistare dei pesi da Decathlon e fare esercizi tipo questi, ho scoperto il sumo squat, che tradurrei con un bel MANNAGGIACHITEMMUORT’ visto che mi ha impedito per 10 giorni di scendere le scale. Non fumo. Insomma, brava. Resto grossa ma almeno penso alla salute. Però loro, le amiche braccia, son sempre lì a rifiutarsi di smettere di ciondolare nella loro floffaggine. Insomma, Michelle Obama mi supera a destra.

Il vero problema -però- non sono loro, ma io. Mi sono sempre vergognata del mio corpo -perché poi, diciamoci la verità, io sono grassa un po’ ovunque, è solo che concentro sulle braccia il mio odio-.

La mia anziana pediatra Cecoslovacca, la dottoressa Dana, mi chiamava ciambellina o polpetta. E io ero felice.
Chi non ama le ciambelle o le polpette?

Poi lei andò in pensione e arrivò una giovane nuova pediatra che nella prima visita -avrò avuto 7 anni- mi parlò della scala della ciccionaggine (lei non la chiamò così, era una roba tipo percentili).

Io avevo 25 persone più grasse di me e 75 più magre di me. Ricordo perfettamente il momento in cui mi ha comunicato questi numeri. Mi sentivo inadatta, sbagliata.

Non ero più una graziosa ciambella ma un ammasso di lardo. Ogni giorno a scuola ci mettevano in fila indiana per uscire in giardino o andare a mensa. Io ero bassa ed ero sempre la terza o la quarta in fila, dietro di me una decina di compagne. Io mi guardavo avanti, mi guardavo dietro, e avevo la percezione fisica di quei numeri. 25 più grasse di me, 75 più magre di me.

Miriam suona il pianoforte così può stare seduta anche quando fa un’attività extra.

Ecco, questa è un’altra delle grandi verità (e una delle frasi preferite di mia madre). Sì, sono pigra. Sì, ho sempre mollato gli sport. Sì, mi piace stare seduta, ma anche sdraiata, se è per questo. Mangio relativamente bene ma sono golosa. Vivrei di pizza e gelato. Me la puoi fare integrale la pizza e il gelato può essere biologico e senza latte. Ma sempre pizza e gelato sono. E io vivrei di quello.

Tutto questo per dire che sì, magari sapere da quando sono piccola che sono una cicciona non ha contribuito a farmi sentire particolarmente carina negli anni, ma anche io ho le mie colpe.

Mi piace il cibo e sono pigra.

Una delle prese in giro dei miei genitori più costante nel tempo (tipo che potrebbero farmela anche ora, conoscendoli) è quella sul rapimento. A cavallo fra anni ’80 e ’90 ci furono diversi rapimenti di bambini, ve ne ricorderete. Uno fra tutti Farouk e il suo povero orecchio, o Augusto De Megni che poi tornò agli onori della cronaca -lui e il suo donca- vincendo il Grande Fratello. Non so perché lo facessero, forse per non farmi spaventare, per allentare la tensione successiva alla visione del TG, ma continuavano a dire la stessa cosa:

Tu stai tranquilla, se ti rapiscono ti ridanno indietro dopo poco, gli costerebbe troppo il cibo per mantenerti

Di recente ho visto questo video di Bustle. Dopo circa un minuto di video le ragazze si coprono con dei teli e delle sciarpine, per poi scoprirsi di nuovo. Io mi copro da sempre. D’estate sfido il caldo pur di non rinunciare a golfini di cotone e maglie a 3/4. Lo so, è più forte di me. Ho sempre pensato che coprirmi mi avrebbe aiutato. Così come vestirmi di nero.

Ma guardando il video mi sono resa conto di una cosa a cui non avevo mai fatto caso prima: coperte mi sembravano infagottate, più grosse e sgraziate, nascondevano la loro vera bellezza. Sì, le ho guardate e le ho trovate bellissime. Scoperte.

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Dottori, genitori, fidanzati (ciao, ex che mi chiamava Pavel dicendo che i miei polpacci sono uguali a quelli di Nedved) mi ricordavano la mia stazza forse per provare a dirmi di muovermi, ma quello che mi serviva non era la spinta a cambiare, ma a vedermi bella e a accettare le mie grandissime braccia. C’è riuscito un video di un minuto e mezzo.

Sono scema, evidentemente. O forse era solo il momento giusto.

Il giorno dopo essere incappata in questo video ho fatto una cosa che non era mai successa prima. Sono andata al lavoro con le braccia scoperte. Non è stato facile e il primo giorno mi sono tenuta il golfino di cotone nello zaino, just in case. Ma una cosa l’ho imparata, e proverò a tenerla stretta in mente: l’unica persona da cui voglio davvero delle serie pacche sulle spalle sono io.

E me ne sto dando di serissime, con le mie braccia possenti. Sono brava. Non mi vergogno più.

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Edit: questo post ha fatto in assoluto il numero di condivisioni e visualizzazioni più alto dalla nascita del blog. I tantissimi messaggi che mi avete scritto mi hanno portato a decidere di far nascere l’hashtag #proudcinica. Per ispirare sempre più donne a non provare più vergogna. Trovate qui tutti i dettagli.

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NO, NON SONO PRONTA AD ESSERE MADRE

12 aprile 2016

Come quando ti sembra di vedere solo passeggini, o pancioni in giro (e pensi inevitabilmente che sia colpa del tuo orologio biologico), così nelle ultime due settimane ho sentito parlare solo di parti. Ma questa volta no, non credo sia colpa del mio orologio biologico.

Da #bastatacere in poi mi è parso che per giorni sul web si parlasse solo di donne che partoriscono. Parti in casa, parti in ospedale, parti dolorosissimi, manovre spaventosissime, gente che soffre -tantissimo-, che accusa, che rivendica, che come-osi-fare-il-cesareo-sei-una-pessima-madre. Ho passato ore a leggere ogni tipo di commento, ne ero completamente ossessionata.

Non sono incinta (avrei dovuto scriverlo prima?) ma mi sono comportata come se lo fossi e ho cominciato a controllare ogni tipo di possibilità qui, a Roma.

Dopo 5 anni di sanità Umbra e 8 di sanità Toscana diciamo che ora, nel Lazio, non mi sento proprio in una botte di ferro. Da lì a coinvolgere nella mia ossessione anche Marito il passo è stato breve:

Vedi che se resto incinta voglio partorire in casa

Una conoscente che vive a Bologna mi aveva raccontato della sua esperienza di parto in casa. Lei e il compagno sono stati seguiti da un’associazione di ostetriche fino al momento della nascita, e da una doula subito dopo. Sapevo già di cosa si occupa una doula. Ovviamente ho deciso che se mai dovessi aspettare un figlio voglio uno stuolo di doule (sì, ho scelto la parola stuolo per il dittongo).

Nel frattempo ho scoperto che a Roma si può partorire in casa, ma solo se viene certificata l’idoneità/buona salute/non lo so sto dicendo parole a caso della madre e del bambino entro la 32esima settimana e se si partorisce a meno di 7km o 20 minuti da un centro perinatale. Ho googlato “centro perinatale roma” e ho scoperto che ce ne sono davvero pochi, per essere la Capitale, ma che io ne ho ben due vicini a casa.

Nell’ultimo anno ho deciso di avere e di non avere un figlio diverse volte, in questo momento il solo pensiero di essere incinta mi provoca una crisi di panico.

Una delle mie migliori amiche ha scoperto di aspettare un bambino. Quando me l’ha detto sono scoppiata a piangere dalla gioia. Poi ho fatto una cosa che non si dovrebbe fare mai, e di cui mi pento ogni giorno: le ho buttato addosso le mie paure. Come farai con i genitori lontani? L’asilo privato se nasce fuori dai tempi per quello pubblico? Non ti spaventa trovare un nuovo lavoro con un bimbo piccolo? Scusa, amica che leggi, non avrei dovuto.

Non so se gran parte di queste ansie derivino dal vivere lontana dai “futuri nonni”, o se il problema sia l’essere precaria, e sapere di dover incastrare tutto con scadenze di contratti e il doversi reinventare subito dopo, con un bambino piccolo, sola con il tuo compagno, in una città non facile.

Forse, semplicemente, non sono pronta ad essere madre. E mai lo sarò.

Che non vuol dire che non avrò figli. Ma che continuo ad interrogarmi sulle mie capacità e ora non so se sarei in grado di accudire una creatura. Conosco molte persone che hanno avuto problemi ad avere figli, e come con la mia amica, mi sento in colpa per aver scritto tutto questo. Per chi ci sta provando e non ci riesce so che questo mio post può sembrare un insieme di ragionamenti stupidi. Lo so, sto aggiungendo pesi e ansie a qualcosa che dovrebbe essere spontaneo, naturale, bellissimo.

Poi mi fermo e penso che questo mio continuare ad interrogarmi sulla faccenda fa di me semplicemente una donna di 30 anni che non prende la gravidanza e la nascita di una nuova vita con leggerezza. Già, forse è solo questo.

Avere 30 anni.

 

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LETTERA APERTA A TE, CHE TI SEI VESTITA DI BIANCO AL MIO MATRIMONIO

15 dicembre 2015
matrimonio in aeroporto la cynique romantique

Cara,
inizio subito con il dirti che non ce l’ho con te. C’ho pensato a lungo e alla fine ho cercato di trovare delle attenuanti.

Tipo che ti eri messa le calze nere. Tipo.

Ti ho notata subito, finita la cerimonia. E appena ho cominciato a chiedere in giro se qualcuno avesse per caso visto un’invitata vestita di bianco ho scoperto che tutti se ne erano accorti, e tutti speravano che io non ci avessi fatto caso.

Che carini.

Ammetto che all’inizio ero talmente stordita che la prima cosa a cui ho fatto caso non è stato neanche il colore ma la stoffa: era pizzo. Sì perché tu non sei venuta soltanto vestita di bianco al mio matrimonio, ma sei venuta vestita di PIZZO BIANCO.

Perché l’hai fatto? Di sicuro perché non leggi questo blog e i tanti, tanti post che ho scritto sull’argomento. Tipo questo.

Ma ci deve essere qualcos’altro sotto. Non credo tu sia innamorata di Marito.

Ma magari ti sto sul cazzo. OH, PO’ ESSE.

E allora faccio una cosa che le lettrici di questo blog forse non capiranno.

Clap clap cara mia, hai avuto un fottutissimo coraggio a venire vestita di pizzo bianco al mio matrimonio. Ti concedo l’onore delle armi, complimenti.

Quel giorno mi sono divertita -tanto-, ho fatto una festa con 10 parenti e 200 amici, ed era quello che volevo. Abbiamo ballato talmente tanto che ancora oggi se indosso le scarpe col tacco per troppo tempo non sento più alcune dita dei piedi (sì, sto gioendo del fatto che ho probabilmente lesionato per sempre alcuni tendini del piede). Insomma, la mia felicità l’ho avuta lì, tutto il resto è Cersei Lannister that doesn’t give a fuck.

Miriam
la cynique romantique

allegato alla lettera, con tanto amore:

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5 DOMANDE

20 novembre 2015

Nell’ultimo mese ci sono stati dei grandi, ma proprio GRANDI, diciamo pure GRANDISSIMI cambiamenti nella mia vita.

Mi sono sposata (era ora, vi stavo sbomballando le time line da troppo tempo), sono andata in viaggio di nozze per 20 giorni per un roadtrip del sud degli Stati Uniti e nel frattempo -intendo proprio nel mentre, cioè mentre ero in Florida a svaccarmi al sole- ho perso il lavoro.

Poco male. Cioè sì, rode, ma chi di noi nate negli anni ’80 (ma pure ’70 e pure ’90) non è abituata ormai all’incertezza lavorativa? Mi sono fatta un mojito in più e ho festeggiato l’inizio di un pezzo nuovo di vita.

La prima cosa a cui ho pensato nel rimettermi in piedi è stato un grosso, grossissimo progetto che ho in testa da anni e che forse ora riuscirò a realizzare. C’entra la mia famiglia e una panchina gialla. Ve ne parlerò presto.

Poi ho pensato a la cynique romantique. Questo blog è nato proprio quando mi sono trovata in una condizione lavorativa difficile, e mi sono ripresa con il motto che “anche se precarie abbiamo diritto alla bellezza“. Quindi sorriso in faccia ed eccomi qui.

Ora, ho bisogno di voi. Ho deciso di fare un questionario perché ho in mente alcuni cambiamenti nel blog, nuovi progetti e collaborazioni. Ma prima di prendere grandi decisioni voglio ascoltare quello che avete da dirmi.

Vi faccio 5 domande su di me. Sono facili, dirette, vi toglieranno meno di 20 secondi.