7 GIORNI DI #CINICACHALLENGE

OBIETTIVO: FELICITÀ

Il nuovo anno, si sa, è il momento dei buoni propositi, dei progetti, delle to-do-list. Io mi sono trovata a riempire pagine intere di quaderni di cose da fare che poi, inesorabilmente, lasciavo a metà.

Riuscire a individuare degli obiettivi chiari (e realizzabili) siano questi professionali o personali, non è per niente facile. Da qualche mese io ci sto lavorando e come ormai saprai ho chiamato questa mia sfida il #cinichallenge.

Ora voglio condividere questo lavoro.

COME FUNZIONA:

Installa la app Telegram e cerca “lacyniqueromantique” (tutto attaccato) nella barra di ricerca che trovi in “CHAT” (attenzione, devi cercare in chat, NON in contatti) e unisciti al gruppo, oppure cerca con il tuo browser telegram.me/lacyniqueromantique

Se sei da PC il link che ti ho dato sopra non si aprirà, a meno che tu non decida di scaricare la app web Telegram. Te lo sconsiglio. Prendi il cellulare e fai tutto quello che ho scritto sopra, manualmente.

A partire dal 7 gennaio 2016 riceverai ogni giorno una pillola di #cinicachallenge direttamente sul cellulare tramite l’app Telegram.

Ma attenzione: a mezzanotte (come Cenerentola) scomparirà il #cinicachallenge del giorno, quindi prima ti iscrivi prima avrai l’accesso a tutti i contenuti.

PERCHÈ PARTECIPARE:

In alcuni momenti della vita ho trovato l’ispirazione e la giusta motivazione, seguendo spinte che venivano da fuori. Tante di voi dopo aver letto del #cinicachallenge mi hanno detto cose tipo “ah, magari anche io riuscissi a trovare la forza di cambiare qualcosa”. Io voglio solo farvi capire che se ci riesco io (pigra e procrastinatrice) ci possono riuscire tutti.

Quindi, se
- senti di dover cambiare qualcosa della tua vita, ma non sai cosa
- non riesci a trovare la giusta motivazione
- inizi con le migliori intenzioni molti progetti, e poi li lasci a metà
- rimandi sempre a domani quello che potresti fare oggi

UNISCITI AL GRUPPO ORA!

ATTENZIONE: non è un corso a pagamento, non è un mix di verità tirate fuori dal cappello, non è la soluzione a tutte le incognite della tua vita.

È una spinta, un “oh, insomma, DAJE EH“.

LETTERA APERTA A TE, CHE TI SEI VESTITA DI BIANCO AL MIO MATRIMONIO

Cara,
inizio subito con il dirti che non ce l’ho con te. C’ho pensato a lungo e alla fine ho cercato di trovare delle attenuanti.

Tipo che ti eri messa le calze nere. Tipo.

Ti ho notata subito, finita la cerimonia. E appena ho cominciato a chiedere in giro se qualcuno avesse per caso visto un’invitata vestita di bianco ho scoperto che tutti se ne erano accorti, e tutti speravano che io non ci avessi fatto caso.

Che carini.

Ammetto che all’inizio ero talmente stordita che la prima cosa a cui ho fatto caso non è stato neanche il colore ma la stoffa: era pizzo. Sì perché tu non sei venuta soltanto vestita di bianco al mio matrimonio, ma sei venuta vestita di PIZZO BIANCO.

Perché l’hai fatto? Di sicuro perché non leggi questo blog e i tanti, tanti post che ho scritto sull’argomento. Tipo questo.

Ma ci deve essere qualcos’altro sotto. Non credo tu sia innamorata di Marito.

Ma magari ti sto sul cazzo. OH, PO’ ESSE.

E allora faccio una cosa che le lettrici di questo blog forse non capiranno.

Clap clap cara mia, hai avuto un fottutissimo coraggio a venire vestita di pizzo bianco al mio matrimonio. Ti concedo l’onore delle armi, complimenti.

Quel giorno mi sono divertita -tanto-, ho fatto una festa con 10 parenti e 200 amici, ed era quello che volevo. Abbiamo ballato talmente tanto che ancora oggi se indosso le scarpe col tacco per troppo tempo non sento più alcune dita dei piedi (sì, sto gioendo del fatto che ho probabilmente lesionato per sempre alcuni tendini del piede). Insomma, la mia felicità l’ho avuta lì, tutto il resto è Cersei Lannister that doesn’t give a fuck.

Miriam
la cynique romantique

allegato alla lettera, con tanto amore:

#THEREALISGOTOUSA – MIAMI – seconda parte

Miami, la bella. Che è come andare a un appuntamento al buio e trovarti un figaccione che ascolta musica giusta. Incredibile. Di Miami Beach vi ho parlato qui oggi andiamo in altri due quartieri: il Wynwood District e Little Havana.

Wynwood Art District. Ecco come lo chiamano. Siamo nel bel mezzo di una zona industriale, come ce ne sono in tante nostre città, per darvi un esempio è come la Tiburtina estrema di Roma (dove c’è la Fabbrica dei Biscotti Gentilini) o Osmannoro per Firenze. Diciamo pure, per chi non è di Roma e neanche di Firenze, che assomiglia a qualsiasi posto della vostra città dove c’è un’Ikea.

Solo che qui i capannoni sono bassi, a un solo piano. E soprattutto qui hanno deciso che un’area -diciamolo- di merda poteva riprendere vita con la street art. Ho lavorato per due anni per la città di Roma, e da due anni vivo in un quartiere di cemento in periferia e so cosa vuol dire riuscire a fare una cosa del genere. Vuol dire portare il sorriso alla gente che ci vive e portare soldi alla città.

Perché se io, Miriam, in viaggio di nozze decido di andare nel mezzo del nulla dei capannoni industriali di Miami con un Uber vuol dire che si è creato un nuovo tipo di turismo. Ecco, scusate la parentesi politico-amministrativo-economica.

Torniamo a Wynwood.

Non servono altre parole, vero? E invece vi aggiungo che qui organizzano anche mostre, che le gallerie d’arte si sprecano, che questo è uno spazio pensato, ragionato, insomma non hanno preso un po’ di muri brutti e basta.

E se crei uno spazio del genere non ci metti pure un posto giustissimo per mangiare? Ecco i tacos migliori del mondo, da Coyo Taco

Una cosa non ho ancora menzionato di Miami, ed è il suo essere latina. Diciamo che se non sapete l’inglese ma lo spagnolo a Miami vi capiranno tutti. Prima di partire ho cercato di informarmi e avevo trovato un racconto interessante (come sempre) di Federico Buffa che, in una serie di video dedicati a questa città, aveva speso 8 minuti per parlare di Little Havana. L’attacco del video è emblematico: “Miami è a tutti gli effetti una città cubana”. E se vi spostate da Ocean Drive e dalle vie più commerciali e turistiche non potrete che dargli ragione.

Little Havana non è come me l’aspettavo.

E forse, è meglio così. Immaginavo di trovarmi davanti a una sorta di Disneyland cubana. Una roba orribile, per carità, ma tanto pittoresca. E invece no, qui non devono fingere di essere più cubani di quanto non siano. La gente va a giocare a domino al Maximo Park PERCHÉ SÌ e non perché devono piacere ai turisti.

Inconsapevoli di questo -pensavamo di passeggiare e goderci il paesaggio- decidiamo di andare a piedi fino al Versailles, che nonostante il nome poco cubano è il ristorante più amato dai locals. Errore, grande errore (l’andare a piedi) ci ritroviamo a camminare per qualcosa come 4km lungo una specie di via Cristoforo Colombo (sempre per i non romani, via a 4 corsie ad alto scorrimento, dentro la città). Noioso, brutto, non fatelo.

Anche quando arriviamo al Versailles restiamo un po’ stupiti. Non sembra di stare a Cuba, o meglio non sembra di stare in un ristorante che noi ci aspettavamo esaltasse l’essere cubano. Che capisco, è un ragionamento assurdo, è come venire in Italia e aspettarsi che tutti i ristoranti abbiano le tovaglie a scacchi bianche e rosse, come nei film. Il fatto è che all’osteria sotto casa mia fanno la gricia più buona di Roma, ma probabilmente se fossi un turista non verrei fino a Torpignattara per mangiarla. E ecco io mi sono fatta il mojito più buono di Miami, e sono felice di essere entrata in questo posto nel mezzo del nulla della periferia.

Scusate, cubani di Miami, sono stata davvero stupida.

- Questo post racconta parte del roadtrip nel sud degli Stati Uniti fatto fra ottobre e novembre 2015. Ogni settimana un nuovo post. Per avere un quadro generale del viaggio e delle tappe clicca qui -
Tutte le foto sono state scattate da Miriam Lepore aka la cynique romantique. Tutti i diritti sono riservati aka se scopro che le usi senza il mio permesso mi incazzo.

UNO SPAZIO TUTTO PER ME

Due giorni dopo essere tornata dal mega viaggio (quando più o meno ero alla terza lavatrice) ho annunciato a Marito che avrei rimesso a posto casa. Lui -che mi prende in giro per questo fatto della casalinghitudine- si è messo a ridere perché mi conosce: sono disordinata, molto, e piuttosto che mettere a posto anche solo una stanzetta andrei a fare cardio fitness.

Ma, come lui sta imparando, e come sto scoprendo anche io lentamente, la forza di volontà è dentro di me, andava solo tirata fuori. Capiamoci, io che odio sudare e avere il fiatone mi sono fatta qualcosa come una stagione intera di running, da sola. Daje.

L’obiettivo più grande che ho ora nella mia vita è riuscire a fare ordine nella testa e in casa, eliminando il superfluo.

Sì, ho letto Il magico potere del riordino, sì, l’ho trovato il libro di una pazza ossessivo compulsiva, sì, continuo a pensare che i calzini non abbiano un’anima e che non devo ringraziare la mia borsa per essere stata al mio fianco tutta la giornata. MA quel libro mi ha spinto a voler fare ordine, a voler organizzare spazi fisici e spazi di vita.

Ho iniziato a prendere appunti, ordinati, su quello che voglio fare durante la giornata e a come farlo. Ho scoperto che più che spuntare le to-do-list quello che mi gratifica è fare quello che ci scrivo, nelle to-do-list.

Non so se questo può avere un senso per voi, ma tutto questo mi ha fatto prendere una decisione immediata, e forse neanche troppo logica: ho creato la mia toeletta.

Volevo uno spazio tutto per me, ben illuminato, in cui poter prendere il tempo per truccarmi e prepararmi per uscire. Incredibile aver deciso di farlo proprio quando ho iniziato a lavorare da casa. Ma forse mi serviva proprio questo: organizzare l’obbligo a restare attiva, a non ciondolare in pigiama tutto il giorno.

Toeletta – ©Foto di Miriam Lepore aka la cynique romantique

Ho diviso il make up in

- Viso
- Occhi
- Labbra

e l’ho messo in scatole. Ho poi radunato tutti i pennelli in un vaso e aggiunto uno specchio che avevo comprato da tempo ma non avevo mai utilizzato (eliminare il superfluo, usare quello che ti serve davvero). Ho deciso di aggiungere alcuni libri pieni di bellezza, candele profumate ed essenze.

Toeletta – ©Foto di Miriam Lepore aka la cynique romantique

C’ho messo un giorno a fare tutto. Nelle foto che mandavo alle amiche si vedeva il delirio cosmico (valigie da disfare, vestiti sul letto, libri a terra) con in mezzo un posto di pace, il mio posto, il mio spazio.

Toeletta – ©Foto di Miriam Lepore aka la cynique romantique

Se in qualche modo vi ho convinto e volete creare anche voi uno spazio toeletta in camera da letto c’è una cosa da tenere bene a mente: la luce naturale.

Che siate di fronte alla finestra, come nel mio caso, o di lato, come nella foto qui sopra, la luce naturale renderà lo spazio luminoso e quindi accogliente, caldo, bello, senza tralasciare il fatto che è perfetta anche per capire COME ti stai truccando.

Se dovete litigare con il/la partner (robe tipo ma ti pare che ti prendi un pezzo di camera per pettinarti??) un’opzione è usare -se avete spazio- un tavolo più grande, e vendere la sporca bugia che lo state facendo PER TUTTI E DUE, e che potete usarlo come scrittoio e come toeletta.

Potete trovare ispirazioni ovunque (ciao, Pinterest, ti voglio bene, ciao Anna GURU voglio bene anche a te) o contattare un decoratore d’interni.

La decisione di creare uno spazio tutto mio nasce dal mio #cinicachallenge dedicato al riordino della casa. E sapete cosa? Sta funzionando. O almeno, è partito bene.

La mia toeletta spacca, ecco.

#THEREALISGOTOUSA – MIAMI – prima parte

Famo a capisse. Io a Miami non ci volevo andare. Ma proprio no. Cioè avevo pure proposto di prendere il volo diretto per Atlanta, in Georgia, dove da quello che ho capito ci sono solo due cose:

- I Casinò
- La fabbrica della Coca-Cola

Quindi ok, Atlanta la scartiamo. Magari Houston, Texas?

Ma niente, qui si insisteva, tutti mi dicevano che dovevo scegliere Miami e nella mia testa c’erano più o meno due immagini:

Che poi magari Baywatch è ambientato in California iochenesò, so solo che mi aspettavo di vedere ragazze con costumini succinti e incredibilmente sgambati che andavano sui pattini, maschioni gonfiati che facevano la doccia in mezzo alla strada, e poi magari pure gente che affogava, ogni tanto.

Ebbene. C’erano. C’erano tutti. I maschioni gonfiati, le tipe in pattini e silicone. Tutto, pure le torrette dei bagnini (li posso chiamare bagnini?).

Io continuavo a pensare -dubbiosa- a Miami e c’erano anche altre le cose che mi giravano in mente. Tipo Will Smith che canta Welcome to Miami (Bienvenido a Miami) (–> scopertona a min. 1.08 Eva Mendes anni ’90)

O Al Pacino in Scarface (solo per stomaci forti)

Insomma, fra film sanguinolenti anni anni ’80, scosciati telefilm anni ’90 e musica pacco quasi anni ’00 avevo 30 anni di buoni motivi per rifiutarmi di andare a Miami. E invece.

BOOM. Posto incredibile.

Iniziamo da una premessa sintattica. Quando dico Miami io non intendo Miami Downtown. Miami-Miami, per capirsi la città, l’ho vista da lontano e ci sono passata in mezzo e fa abbastanza schifo. Ci sono i grattacieli e tutto quello che ti puoi aspettare da una grande metropoli. Io di Miami ho visitato Miami Beach (in particolare South Beach), il Wynwood District e Little Havana. Che è più o meno come dire che di Roma ho visto Monti, Ostiense e il Pigneto. Ecco.

Iniziamo proprio da Miami Beach. Abbiamo deciso di dormire al Clay Hotel, un albergo un tantino rumoroso (avete presente la pubblicità coi Mariachi? ecco, una roba del genere) ma in una delle zone più belle della città: Espanola Way. Lo staff di accoglie regalandoci un telo da mare con un enorme flamingo rosa sopra. Iniziamo bene, molto bene.

Intorno a noi si respira un’aria che non mi aspettavo. Casette (che loro definiscono “storiche”) colorate, palme, fiori. Qui si sta proprio bene.

È il 28 ottobre, ci sono circa 30 gradi e noi siamo vestiti come Totò e Peppino arrivati a Milano. Quindi, passaggio veloce in camera per cambiarsi e sembrare invece dei normalissimi turisti (ci si riconosce perché siamo bianchi come due scamorzine) e andare a mangiare qualcosa.

La prima cena del nostro viaggio è stata anche la più costosa, ma ciccia, è il viaggio di nozze quindi CAMERIERE PORTA ALTRA BIRRA! Avevamo parlato talmente tanto del pollo fritto che ci siamo fiondati da Yardbird per provarlo. Buono, divino. Ci aggiungiamo una pecan pie, che diventerà il dolce della vacanza, e torniamo felici a casa.

Il giorno dopo iniziamo a esplorare Miami Beach, andando dritti dritti sull’Oceano e passeggiando su Ocean Drive. Avrei voluto dormire in ogni singolo albergo di quella strada (lo farò l’ultima notte del viaggio, al Pelican Hotel).

Spero che questo collage fatto un po’ coi piedi vi dia il senso della bellezza delle facciate di questi alberghi. Ricchezza, sfarzo, eccesso e decadenza, pura decadenza. Ai tavolini dei bar avventori di tutto il mondo (molti italiani, e sarà l’unico posto dove ne troveremo) bevono drink da un litro in quelle che sembrano in ciotole da insalata. Welcome to Miami.

- Questo post racconta parte del roadtrip nel sud degli Stati Uniti fatto fra ottobre e novembre 2015. Ogni settimana un nuovo post. Per avere un quadro generale del viaggio e delle tappe clicca qui -
Tutte le foto (tranne quelle di Pamela Anderson e David Hasselhoff -maddai-) sono state scattate da Miriam Lepore aka la cynique romantique. Tutti i diritti sono riservati aka se scopro che le usi senza il mio permesso mi incazzo.
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